Lettera al Presidente della Regione Marche riguardo Fano-Grosseto e viabilità delle aree interne

Lettera inviata il 19 ottobre al Presidente di Giunta della Regione Marche Luca Ceriscioli, all’assessore al Governo del Territorio, alla Viabilità e alle Infrastrutture Anna Casini e per conoscenza ai consiglieri regionali eletti nella Circoscrizione Pesaro-Urbino: Andrea Biancani, Mirco Carloni, Piergiorgio Fabbri, Renato Claudio Minardi, Boris Rapa, Federico Tale’ e Gino Traversini.

Oggetto: percorso E78 Fano-Grosseto e viabilità delle aree interne della Provincia di Pesaro- Urbino

Questa lettera fa seguito alla mail ordinaria di due mesi fa alla quale non ho ricevuto risposta.

In quella mail si faceva una seria riflessione su ipotesi alternative al tracciato che la precedente amministrazione Regionale a guida Spacca aveva imposto ai territori, alle forze politiche e al consiglio regionale. Progetto che prima delle elezioni veniva confermato anche dalle forze politiche attualmente al governo della regione, seppur con l’importante eccezione del no alle distruttive varianti nella Piana di Asdrubale e a Mercatello sul Metauro.

Poi tale direzione politica è stata repentinamente modificata perché l’utilizzo del cosiddetto “contratto di disponibilità” non era fattibile. Conseguentemente a ciò, lo scorso 30 settembre si è provveduto a smantellare la società Centralia Spa, fortissimamente voluta da Spacca.

La chiusura di Centralia è l’unica notizia sicura che è rimasta alla cittadinanza. Perché poi si sono succeduti una serie di dichiarazioni esternate in modo non esattamente chiaro e preciso.

Dapprima, all’incontro con i sindaci ad Urbino, è stato comunicato che il progetto originario della Fano-Grosseto non era più fattibile a causa dell’alto costo e che ci si sarebbe concentrati sulla Pedemontana. Poi tramite articoli di giornale, da cui era oggettivamente difficile comprendere bene quale fossero le novità, il progetto E78 è stato resuscitato, benché ridotto, e sarà finanziato esclusivamente con fondi pubblici,  tramite inserimento nel piano quinquennale dell’Anas e del Ministero 2016-2020. Costo totale un miliardo (ma articoli di giornale umbri e toscani parlano già di un miliardo e 100 milioni).

Siccome della questione E78 me ne occupo da più di dieci anni e ne ho davvero sentite di tutti i colori, in qualità di rappresentante di Mercatello sul Metauro (dove si trova il traforo della Guinza) ho deciso di scrivere e rendere pubblica questa lettera per conoscere quali siano le reali intenzioni di questa amministrazione regionale, senza dover necessariamente passare per articoli di giornale o per incontri pubblici organizzati da partiti che, a mio personale parere, nulla aggiungono alla questione Fano-Grosseto.

Lo faccio con schiettezza perché certe questioni vanno chiarite prima di ogni altro aspetto:

  1. Di quali cifre si parla di preciso? Quale certezza c’è che tali cifre siano stanziate dallo Stato, visto che, fino a questo momento, non si è riusciti a destinare cifre infinitamente minori ad arterie che necessitavano ben altri trattamenti (un esempio per tutti può essere la strada della Contessa)?
  1. Domanda da abitante e rappresentante di Mercatello: quali sono le intenzioni riguardo la Galleria della Guinza? Ci saranno strade che bypasseranno l’abitato di Mercatello? E’ vero che verranno investiti 400 milioni per il secondo foro? Sarà una strada a quattro corsie solo nei pressi della galleria e poi il traffico verrà tutto scaricato sulla strada statale già esistente?
  1. Parlando di esistente: ammesso e non concesso che il problema del traffico a Mercatello s.M. si risolva con il tunnel a sud del paese come già previsto dal progetto redatto anni fa dalla Provincia, come si pensa di intervenire con i centri abitati di Sant’Angelo in Vado, Urbania e Fermignano? Vi è coscienza che costruire altre circonvallazioni necessita anzitutto di molto tempo per la sola progettazione (figurarsi l’appalto e la costruzione) e in secondo luogo di molti soldi, senza contare le modifiche ai piani regolatori e gli espropri?
  1. Sempre rimanendo sull’esistente: per il cosiddetto intervento sulla viabilità esistente, in ottica di uso di quest’ultima al posto della E78, come si intende agire? Non si possono incaricare i tecnici di Anas senza un preciso indirizzo (politico, ma pure tecnico se possibile). A ciò si deve poi aggiungere il fatto che non si è nemmeno chiesto consiglio ai comuni che verranno interessati dalla nuova progettazione. E se poi i tecnici di Anas dicono che non è possibile fare nulla o non conviene farlo, quali decisioni saranno prese?
  1. Quali sarebbero i reali tempi di progettazione e costruzione? I mercatellesi ricordano gli anni che ci sono voluti per il primo traforo della Guinza (lunghezza 6 chilometri). Quanti ce ne vorrebbero per finire l’eventuale secondo? Tralascio la domanda sul fatto se la seconda galleria sia indispensabile o no per l’apertura dell’intero tracciato. Aggiungo però che se si vorranno attraversare tramite nuovi percorsi i centri urbani già citati sopra, allora i tempi si allungheranno enormemente. Inoltre leggo sul Corriere Adriatico del 18 ottobre della dichiarazione della Senatrice Fabbri che “nelle prossime settimane insieme al viceministro Nencini e al presidente della Regione Luca Ceriscioli presenteremo il progetto esecutivo definitivo”. Senza stare a spiegare che progetto definitivo e progetto esecutivo sono due cose diverse (tantomeno esistono progetti esecutivi temporanei o definitivi), viene da pensare che nel giro di due/tre mesi Anas farà ciò che per anni non ha fatto, tanto è vero che tutti ricordano che la progettazione del tratto marchigiano della E78 fu fatta dalla Provincia di Pesaro e Urbino. Per ottenere un progetto esecutivo si debbono rispettare tutte le norme indicate nel D.p.r. 207/2010, decreto molto esigente in termini di numero degli elaborati e di qualità degli stessi, sarà possibile ottenere tutto ciò in così poco tempo?

 

  1. Questa scelta di rivisitare il tracciato della E78 è stata condivisa o semplicemente imposta alle regioni Umbria e Toscana? Alla luce delle scelte della regione Marche, come cambierà il tracciato nelle regioni di cui sopra?
  1. In termini di opere immediatamente cantierabili: perché non si è deciso di far finanziare subito il 10° lotto della E78, quello che porta da S.Stefano di Gaifa a Bivio Borzaga? E’ l’unico tratto che dimostra, senz’ombra di dubbio, la propria utilità collegando Urbino a Fano e togliendo traffico alla frazione di Canavaccio. E non ci sono particolari opposizioni da parte di chi magari avversa la costruzione del restante tratto di superstrada.

 

  1. Sempre in tema di opere immediatamente cantierabili, l’amministrazione regionale intende portare avanti il progetto della pedemontana nell’entroterra. Perché non si finanzia il collegamento tra la SS687 e la SS73bis, altro progetto immediatamente cantierabile, rimasto per anni nei cassetti dell’Anas? Perché non si trasmette ad Anas il progetto per il tratto Lunano-San Marino (redatto sempre dalla Provincia) per iniziare davvero a costruire un collegamento verso San Marino e la Romagna?
  1. Senza dover aspettare ulteriori anni, c’è un progetto complessivo per la viabilità dell’entroterra? Giusto per far capire: la già citata Contessa e le varie strade provinciale interrotte o dimezzate da frane e smottamenti, avranno finanziamenti per risolvere definitivamente i propri problemi?

Mi scuso per la prolissità e l’alto numero di domande, ma è necessario che ci sia una comunicazione efficace e seria che tolga ogni dubbio, sia su cosa sarà la Fano – Grosseto, sia su cosa si intenda fare per la viabilità locale che da anni sta creando una serie sempre maggiore di disagi alla popolazione.

Distinti saluti

Tommaso Gentili

Consigliere comunale Mercatello sul Metauro

Fusione di comuni: riflessioni sul presente, appunti per il futuro.

Mi ero sempre promesso di pubblicare un post su questo argomento ed ho sempre rinviato, ma ora, viste le ultime notizie, è doveroso discuterne.

Tralasciando la generica discussione sulla qualità e l’efficacia delle fusioni di comuni, provo a concentrarmi sui casi specifici che stanno coinvolgendo la Provincia di Pesaro e Urbino.

Il primo ed il più chiacchierato è quello riguardante l’incorporazione di Mombaroccio nel comune di Pesaro. La prima che viene in mente è la celerità con con la quale i due sindaci si sono affrettati ad iniziare il processo di fusione per incorporazione. Al netto di quanto appena detto, fa riflettere come il dato più importante (a detta del comune di Pesaro) sono i 30 milioni sbloccati dalla deroga del patto di stabilità, di cui 5 a Mombaroccio e la possibilità di istituire un municipio che possa comunque rappresentare Mombaroccio e i suoi abitanti, sebbene questa possibilità debba essere ancora legiferata dalla regione Marche, qualora la fusione si facesse davvero (L.R. 10/1995 art. 12 comma 2).

Ma ci sono delle cose da approfondire e, personalmente, credo che lo si debba fare in modo serio.

La prima è questa: in provincia di Como è saltata una fusione per incorporazione proprio perché non prevedeva deroghe al patto di stabilità. Vengono citate una circolare del Ministero dell’Interno e una sentenza della Corte Costituzionale, che dicono che “le disposizioni che fanno riferimento al Comune istituito a seguito di fusione non sarebbero riferibili al comune incorporante, in quanto lo stesso non costituisce un nuovo ente”. Io questa cosa l’avevo fatta notare prima di tutti (evidentemente è arrivata presto a Mombaroccio) il 24 settembre scorso.

Dopo vari articoli sono arrivate le risposte di Ricci ai vari dubbi: “il famoso parere circolante, in realtà, non c’è. Così Ricci: «Il sottosegretario ha escluso categoricamente l’esistenza di pareri negativi del Viminale»“.

Ora Ricci mi sta venendo a dire che due comuni hanno fatto saltare una fusione per incorporazione per un parere che non esiste perché lo ha detto un sottosegretario?  Il giornalista comasco che ha scritto l’articolo si è sognato tutto?

No. E infatti viene il parere esisteva, non era del Viminale, ma del Tesoro.

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Interviene anche l’assessore pesarese Delle Noci, secondo lui la questione “va letta esclusivamente dentro il quadro normativo di riferimento”«In primis la riforma Delrio (legge 190, 23 dicembre 2014), che fissa come volontà del legislatore le fusioni per incorporazione, proprio per velocizzare il processo di innovazione amministrativa e di riduzione degli enti locali». 

A parte il fatto che la riforma Delrio è un’altra legge (la 56/2014 e non la 190 che invece è la legge di stabilità 2015), leggiamola nel dettaglio a partire dall’articolo 1, commi 118-bis e 119:

118-bis. L’articolo 20 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95,convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, è sostituito dal seguente: ‘Art. 20. – (Disposizioni per favorire la fusione di comuni e razionalizzazione dell’esercizio delle funzioni comunali). 

1. A decorrere dall’anno 2013, il contributo straordinario ai comuni che danno luogo alla fusione, di cui all’articolo 15, comma 3, del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e successive modificazioni, o alla fusione per incorporazione di cui all’articolo 1, comma 130, della legge 7 aprile 2014, n. 56, e’ commisurato al 20 per cento dei trasferimenti erariali attribuiti per l’anno 2010, nel limite degli stanziamenti finanziari previsti in misura comunque non superiore a 1,5 milioni di euro.

2. Alle fusioni per incorporazione, ad eccezione di quanto per esse specificamente previsto, si applicano tutte le norme previste per le fusioni di cui all’articolo 15, comma 3, del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e successive modificazioni.

3. Le disposizioni di cui al comma 1 si applicano per le fusioni di comuni realizzate negli anni 2012 e successivi.

4. Con decreto di natura non regolamentare del Ministro dell’interno sono disciplinati le modalita’ e i termini per l’attribuzione dei contributi alla fusione dei comuni e alla fusione per incorporazione di cui ai commi 1 e 3. 5. A decorrere dall’anno 2013 sono conseguentemente soppresse le disposizioni del regolamento concernente i criteri di riparto dei fondi erariali destinati al finanziamento delle procedure di fusione tra i comuni e l’esercizio associato di funzioni comunali, di cui al decreto del Ministro dell’interno 1º settembre 2000, n. 318, incompatibili con le disposizioni di cui ai commi 1, 3 e 4 del presente articolo'”.

119. I comuni istituiti a seguito di fusione possono utilizzare i margini di indebitamento consentiti dalle norme vincolistiche in materia a uno o piu’ dei comuni originari e nei limiti degli stessi, anche nel caso in cui dall’unificazione dei bilanci non risultino ulteriori possibili spazi di indebitamento per il nuovo ente.

Sui maggiori finanziamenti al nuovo comune siamo tutti d’accordo, ne parla il 118-bis. Di deroghe al patto di stabilità non se ne parla, se non di qualche ulteriore margine di indebitamento comunque circostanziato ai limiti che i comuni, che hanno attuato la fusione, avevano precedentemente. Tra l’altro si noti come al comma 118-bis si parli di fusione per incorporazione e al comma 119 solo di fusione, anche se con ogni probabilità, questo non significhi nulla.

Delle Noci continua dicendo che anche la normativa regionale del 1995 (legge numero 10 del 16 gennaio): «E’ altrettanto chiara – commenta Delle Noci –. Il Comune, in seguito alla procedura di fusione per incorporazione, è istituito con legge regionale che ne modifica le circoscrizioni e ne stabilisce la decorrenza giuridica. I margini, quindi, sono definiti anche dalla Regione». L’ulteriore riprova è la voce dell’Anci nazionale, che tramite nota precisa che «fusione e fusione per incorporazione danno luogo all’istituzione di un Comune».

Partendo dall’ultima frase, basterebbe dire che l’Anci non è il parlamento e non fa le leggi. Detto questo la legge regionale di cui sopra dice all’art. 3 comma 2:  “ai fini della presente legge, all’incorporazione di comune in altro comune contermine devono applicarsi le stesse disposizioni poste in materia di fusione di due o più comuni contermini”.

Bene, la regione riconosce le fusioni per incorporazione, e quindi? Di deroghe al patto di stabilità nemmeno l’ombra.

Però quello di cui si dovrebbe preoccupare chi fa affidamento alla regione per questa fusione è la sentenza 50/2015 della Corte Costituzionale di cui parlava il parere del Tesoro riguardo la fusione di comuni nel comasco. Trattasi di un parere di costituzionalità chiesto da alcune regioni riguardo la legge Delrio. Ad un certo punto si legge: Allo stesso modo la disposizione (sub comma 130) relativa alla fusione di Comuni di competenza regionale non ha ad oggetto l’istituzione di un nuovo ente territoriale (che sarebbe senza dubbio di competenza regionale) bensì l’incorporazione in un Comune esistente di un altro Comune, e cioè una vicenda (per un verso aggregativa e, per altro verso, estintiva) relativa, comunque, all’ente territoriale Comune, e come tale, quindi, ricompresa nella competenza statale nella materia «ordinamento degli enti locali», di cui all’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost. 

Tradotto: le conseguenze di un’incorporazione rimangono materia statale e non regionale, ma soprattutto non viene istituito un nuovo ente territoriale. Ovvero i comuni creati, rispettivamente, da Pesaro e Mombaroccio e da Urbino e Tavoleto, rimarranno semplicemente i comuni, rispettivamente, di Pesaro ed Urbino. Tali erano e tali rimarrebbero, anche se con una popolazione maggiore ed una maggiore estensione territoriale.

Altra cosa interessante è il prosieguo: Il censurato comma 130 demanda, infatti, la disciplina del referendum consultivo comunale delle popolazioni interessate (quale passaggio indefettibile del procedimento di fusione per incorporazione) proprio alle specifiche legislazioni regionali, rimettendo, peraltro, alle singole Regioni l’adeguamento delle stesse rispettive legislazioni, onde consentire l’effettiva attivazione della nuova procedura, sul presupposto che le disposizioni − di carattere evidentemente generale (e che rimandano, in ogni caso, alle discipline regionali) − contenute nella legge n. 56 del 2014 non siano, di per sé, esaustive. Per cui non risulta scalfita l’autonomia statutaria spettante in materia a ciascuna Regione. Le regioni si devono adattare alla normativa statale, ma possono farlo come vogliono ed in totale autonomia perché le disposizioni della legge Delrio sono generali e non esaustive. Le regioni (Marche compresa) l’hanno già fatto?

Probabilmente la cosa più particolare delle fusioni per incorporazione sono che il comune incorporante continuerà la propria attività amministrativa, lasciando cessare solo quella del comune incorporato. Forse è proprio questa la grande differenza con le fusioni “classiche”. Lo si capisce anche dal comma 130 della Legge Delrio: (…) il  comune incorporante conserva la propria personalità,  succede  in  tutti  i rapporti giuridici al comune incorporato e gli organi di quest’ultimo decadono alla data di entrata in  vigore  della  legge  regionale  di incorporazione.

Tornando a parlare di regione Marche è molto interessante leggere l’intervento di Gabriele Cevasco (Lab Massatrabaria) su facebook. Cevasco ricorda le differenze regionali in materia di validità dei referendum riguardanti le fusioni di comuni:

La disciplina del referendum consultivo per le modifiche delle circoscrizioni territoriali è di competenza regionale. Spetta, cioè, alle singole Regioni decidere se prevedere o meno i due pilastri della rappresentatività popolare: il quorum partecipativo (i votanti sugli aventi diritto) e il quorum deliberativo (voti favorevoli sui votanti). Le Marche, per esempio, hanno “annacquato” il diritto referendario abolendo il quorum partecipativo previsto dalla Legge regionale n. 18/80 e mantenendo soltanto il quorum deliberativo. In questo modo, il referendum consultivo si intende approvato quando i “Sì” raggiungono la maggioranza dei voti validi espressi, indipendentemente dal numero degli elettori che si recano ai seggi.

Quindi non c’è bisogno di avere un numero minimo di persone che vanno alle urne, ma solo che ci sia una maggioranza dei “Si” al referendum. Cevasco approfondisce il tema sottolineando in particolare un aspetto:

Laddove per “maggioranza dei voti validi” si intende la sola maggioranza complessiva degli elettori di tutti i comuni che si devono fondere: ciò significa che anche se in un comune la maggioranza vota “No”, ma complessivamente prevalgono i “Sì”, la fusione si fa lo stesso. (…) La normativa vaga della Regione Marche rischia, quindi, di assestare un duro colpo alla democrazia diretta e partecipativa, di cui il referendum costituisce il massimo strumento. Un duro colpo, soprattutto, per le popolazioni dei comuni incorporati più piccoli: stante l’attuale normativa, infatti, il loro “no” sarebbe irrilevante ai fini dell’esisto referendario di fronte ai “sì”, chiaramente maggioritari, del comune incorporante più grande. Insomma, sarebbe come non farli, i referendum. Perché mentre scontati sono i “sì” tra la popolazione del comune incorporante – il Comune grande non ha nulla da perdere, ma anzi tutti da guadagnare, tanto più che continua a mantenere la propria denominazione e i propri organi, per cui perché i cittadini dovrebbe dire di “no”?-, non altrettanto lo sono quelli del comune “incorporante”.

Mi sembra che non si debba aggiungere altro, perché Cevasco nel suo intervento spiega tutto molto bene. Tra l’altro egli propone due “vie di fuga” a mombaroccesi e tavoletani:

Si impegnino a sollecitare una modifica della Legge regionale n. 10 del 1995. È sufficiente emendare il comma 4 dell’articolo 10 in questa maniera: “Nel caso di fusione tra due o più Comuni anche per incorporazione, i risultati dei referendum sulla variazione delle circoscrizioni comunali sono valutati sia nel loro risultato complessivo sia sulla base degli esiti distinti per ciascuna parte del territorio diversamente interessata. Per l’approvazione del quesito sottoposto a referendum è necessario che la risposta affermativa raggiunga la maggioranza dei voti validi in ogni Comune interessato dalla proposta di fusione, anche in caso di parere favorevole espresso dal Consiglio comunale”.

Se non vi riescono, quantomeno provino a far inserire questa clausola nella Deliberazione di indizione del referendum consultivo che l’Assemblea legislativa Marche dovrà obbligatoriamente approvare, dopo aver espresso un preliminare “giudizio di meritevolezza” sul progetto di legge che dovrà presentare (sempre obbligatoriamente) la Giunta regionale. Come già ha fatto nel caso della fusione per incorporazione Pesaro/Mombaroccio.

Rimane un’altro dubbio da risolvere: perché tutta questa fretta?

In pochissime settimane si è velocizzato un processo che da altre parti ha richiesto anni. I problemi economici dei piccoli comuni sono talmente tragici da non poter aspettare nemmeno un anno per ragionarci? Davvero si vogliono cancellare anni e anni di storia così, su due piedi? Hanno davvero tutti paura che finiscano i fondi destinati ai comuni nati da fusioni?

Dopo aver parlato di Pesaro e Mombaroccio, provo anche ad approfondire l’argomento fusione Urbino-Tavoleto sempre riprendendo l’articolo di Cevasco, dove anch’egli sottolinea una fretta abbastanza sospetta. I motivi della fretta sembrano essere un buco da quasi 100mila euro nel bilancio e per evitare il commissariamento si è optato per la scelta irreversibile dell’incorporazione nel comune di Urbino. Più che legittima per carità, soprattutto in caso di esito positivo del referendum consultivo, ma qualche dubbio da amministratore locale (sono consigliere comunale a Mercatello s.M.) ce l’ho. Se ogni piccolo comune che si trova in difficoltà economiche cominciasse a farsi incorporare, in questa provincia rimarrebbero 6 o 7 comuni al massimo. Di sicuro con questa fusione ci guadagna Urbino che rischiava di rimanere sotto la soglia dei 15.000 abitanti (quella che permette il doppio turno elettorale).

Un ultimo ragionamento sulla (possibile) fusione dei quattro comuni della vallata del Metauro: Cartoceto, Montemaggiore al Metauro, Saltara e Serrungarina. Sono comuni aventi caratteristiche molto simili (capoluogo di origini antiche situato a monte e consistente centro urbano di recente insediamento a valle). Potenzialmente si parla di un possibile comune di oltre 20mila abitanti, il terzo in provincia (dopo Pesaro e Fano) e in grado di superare Urbino, Mondolfo e Vallefoglia. Sarà interessante vedere se e come si svilupperà questo discorso. L’importante è che sia il più condiviso possibile.

E78, quindi?

Scusate il ritardo, ma non sempre riesco a rispondere battuta su battuta ai nuovi colpi di scena che, da qualche settimana, ruotano intorno alla questione E78 (o Fano-Grosseto come qualcuno si azzarda ancora a chiamarla).

L’ultima sembra essere la nuova dichiarazione del presidente di Giunta Regionale Luca Ceriscioli che parla di un nuovo tracciato e un miliardo di euro per realizzare la Fano-Grosseto entro il 2020. Dichiarazione fatta dopo un incontro col viceministro Riccardo Nencini; lo stesso viceministro che lo scorso aprile, sulla Fano-Grosseto, affermava che non c’era nessun passo indietro del Governo e dava rassicurazioni sul fatto che la E78 avrebbe continuato il suo percorso di realizzazione.

Oltre a sperare che, per il nostro bene, Nencini smetta di seguire la questione E78, vorrei capire di preciso di cosa abbiamo cominciato (o ricominciato a parlare) leggendo gli articoli di giornale che abbiamo a disposizione.

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Elencando brevemente per punti

  1. La società Centralia sparirà al più presto e pure l’idea di investimenti privati è sparita.
  2. Verrà trovato un miliardo e che tutta la progettazione sarà affidata ad Anas.
  3. Fine lavori prevista per il 2020.
  4. In pratica l’idea progettuale iniziale verrebbe confermata solo per il tratto che va da Mercatello alla E45 e che su tutto il resto del tracciato (da Mercatello a Canavaccio) l’Anas lavorerà sulla viabilità esistente. Il raddoppio della Guinza è stimato in 400 milioni di euro.

Ci sono molte cose che non tornano. La prima è che se si vuole fare il raddoppio della galleria della Guinza si scordino pure l’apertura entro il 2020. Ma nessuno si ricorda di quanto ci hanno messo per fare il primo traforo?

Sull’utilità della seconda canna ci torno dopo, ma voglio concentrarmi su questo paradosso: che senso ha fare una strada a quattro corsie dalla E45 a Mercatello e poi scaricare tutto sulla SS 73 bis e la SP 4 proprio nel punto in cui il traffico è maggiore? Chi passa negli orari di punta tra Sant’Angelo e Fermignano sa bene di cosa sto parlando.

Qualcuno della regione e dell’Anas ha mai visto le circonvallazioni di Sant’Angelo, Urbania e Fermignano? Lì il traffico dove passerebbe? Si farebbe una circonvallazione della circonvallazione (per poi magari urbanizzare anche quella, visti i precedenti)?


s.a.

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Piccola panoramica dei centri urbani e delle relative circonvallazioni di Sant’Angelo in Vado, Urbania e Fermignano (fonte Google maps)

Tornando al raddoppio della Guinza, serve davvero spendere 400 milioni per una galleria che, nonostante la lunghezza, servirà il traffico locale? Perché di fatto se si utilizzerà il resto dell’esistente da Mercatello a Canavaccio (o Bivio Borzaga, se decidessero di fare l’unico lotto davvero cantierabile come auspicato anche dall’ex deputato Oriano Giovanelli) servirà alle popolazioni locali o poco più. Ma è quel “poco più” che rischia di fare danni serissimi: creare un punto di passaggio tra Adriatico e Tirreno a due corsie per senso di marcia per poi imbottigliarsi in una già trafficata strada statale sarebbe la morte dell’alta val Metauro, altro che ripresa economica!

Se non si fa un’azione congiunta e progettata di rafforzamento lungo tutti i punti di passaggio tra Marche e Umbria (Contessa, Bocca Serriola, Guinza), ogni altra azione sarà vana, o per meglio dire, ogni altra azione danneggerà esclusivamente la valle del Metauro.

Ultime due cose sul raddoppio della Guinza, anche per cercare di togliere alcuni dubbi:

  1. Qualcuno crede davvero che col raddoppio della Guinza, per raggiungere la SS 73 bis si dovrà passare per l’attuale strada che raggiunge il traforo (e magari scendere in Umbria attraverso la stradina di Parnacciano)? Ceriscioli ha parlato che “bisogna completare il collegamento con l’E45” quindi non mi sembra proprio che si ponga la questione. Qualora questa cosa venisse davvero fatta, ci sarebbe una galleria che bypassa Mercatello e una nuova strada per scendere verso la Valtiberina.
  2. Basterebbe una sola canna per aprire al traffico bidirezionale? La risposta è si. Sarebbe un po’ costoso, ma si può fare. Basta rispettare il D. Lgs. 264/2006 qualora la strada fosse inserita nel circuito TEN, altrimenti basta il rispetto delle “Linee Guida per la progettazione della sicurezza nelle Gallerie Stradali” elaborata da Anas del 2006 ed integrata nel 2009. Qualche esempio? La galleria Sant’Antonio-Cepina (7925m) in Lombardia (anche se è composta da tre tunnel collegati da brevissimi tratti all’aperto), la galleria Sellero (5074m) inaugurata nel 2013 sempre in Lombardia, galleria Pozzano-Seiano (5137m) in Campania aperta nel 2014 dopo 32 anni dalla progettazione (c’è speranza per tutti), il Tunnel Costa di Sorreley (4725m) in Val d’Aosta e per finire la Galleria Schio Valdagno Pass (4620m) in Veneto.

Bonus: lo scorso 14 agosto ho inviato via mail a Ceriscioli e ad alcuni membri della sua giunta un’idea progettuale per l’utilizzo della galleria della Guinza. Ma posso assicurare che la mia idea è lontana dalla proposta progettuale fatta dal Presidente della Regione Marche.

Perché mi sono opposto

Domenica scorsa ho ricevuto dai Carabinieri di Mercatello la richiesta di archiviazione da parte della procura di Pesaro riguardo la vicenda che mi vedeva coinvolto contro Marche Multiservizi e alla quale avevo poi dedicato un post su Facebook.

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Dopo un primo pensiero che mi aveva portato a desistere, ho deciso, anche grazie a Peppe Dini, di andare avanti per pochi semplici motivi:

  • Non voglio legittimare un comportamento del genere, ovvero di permettere ad una azienda a maggioranza pubblica di farmi arrivare dati da me richiesti (tra l’altro in qualità di pubblico ufficiale perché mi servivano per la mia attività di consigliere comunale) dopo otto mesi per un disguido interno agli uffici.
  • Era già accaduto nel 2012 questo tira e molla tra me e MMS.  Andò a finire che anche allora ottenni i dati. Grande merito fu di Peppe Dini che grazie alla sua lettera alla Commissione Europea ottenne la possibilità di accedere a quel tipo di atti. Anche se già il difensore civico regionale mi aveva dato ragione.

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Se far perdere tempo (ripeto otto mesi) verrà ritenuto legittimo, al netto del fatto che tutti i tempi per la risposta al mio accesso agli atti erano scaduti (e proprio su questo si basa la mia querela), io avrò comunque l’obbligo morale di ritenerlo un precedente non ammissibile, querela o no.

Inoltre, credo che si debba cominciare a dare più importanza ai reati amministrativi, sebbene questi prevedano pene meno severe di altri reati. Se lo si cominciasse a fare da subito, l’Italia potrebbe davvero diventare un paese migliore, magari non di molto, ma certamente migliore di quello che abbiamo adesso.

Il 28 settembre ci saranno le elezioni provinciali. Tranquilli, voi non votate.

Mi è stato riferito che alcune persone hanno fatto difficoltà a capire l’articolo uscito a Ferragosto riguardante il nuovo assetto delle province (e relative elezioni).

Anzitutto bisogna capire che cosa faranno le “nuove” province e chi ci sarà al comando: i compiti rimangono più o meno gli stessi di quelli di prima, vengono poi attribuite alcune piccole competenze a quelle province completamente montane e/o confinanti con stati esteri. La nuova provincia di Pesaro e Urbino sarà composta da un presidente da scegliersi tra i 59 sindaci della provincia e da 12 consiglieri scelti tra sindaci, consiglieri e, solo per questa elezione, dai consiglieri e dagli assessori provinciali uscenti.

CHI VOTA?

La prima risposta è: voi no, a meno che non siate Sindaci o consiglieri di un comune di questa provincia.

QUANTI SONO GLI “ELETTI ELEGGIBILI”?

Il Ministero dell’Interno ha fatto un calcolo degli amministratori “spettanti” ai rispettivi comuni, che per la nostra Provincia è di 722, anche se questo numero è destinato a diminuire con il calcolo effettivo degli eletti, ad esempio Sant’Angelo in Vado, essendo commissariata, non ha né sindaco, né consiglieri, quindi questo numero è destinato a diminuire.

COME SI VOTERA’?

Ci saranno due schede, una dove si vota il presidente, una per il consiglio. Nella prima, il candidato che prende più voti vince. Nella seconda si votano delle liste con i nomi dei candidati a cui si potranno dare la propria preferenza. I seggi si calcolano con il metodo d’Hondt, ciò però non garantisce la vittoria di uno schieramento sull’altro.

Il sindaco che vorrà candidarsi a presidente dovrà raccogliere almeno il 15% delle firme del totale dei consiglieri e sindaci eletti (113 attualmente). Le liste il 5% (38 consiglieri o sindaci).

OGNI VOTO VALE UGUALE?

No. In base a un complesso calcolo partorito dai legislatori, più grande è il comune in termini di abitanti e più vale il voto dei loro sindaci e consiglieri. Bisogna anche dire che il valore dei due comuni più grandi della provincia (Pesaro e Fano) assume una cifra inferiore a quella reale (35% contro il 43,34%).

GLI ELETTI SARANNO PAGATI?

No, tra l’altro molti consiglieri comunali hanno già un gettone di presenza molto basso per il loro incarico in comune (io ho rinunciato anche a questo), non riesco a capire chi avrà voglia di andare a Pesaro gratis.

IN PRATICA COSA CAMBIA?

Che i cittadini non votano più e che la Provincia rimane più o meno quella di prima. Non verranno pagate le giunte e i consiglieri, ma questi enti continueranno a non avere un euro per svolgere le funzioni ad esse assegnate, che potrebbero fare benissimo le regioni.

PERCHE’ LO HANNO FATTO?

E io che ne so? Chiedetelo a Matteo Renzi.