La secessione verso altre regioni: istruzioni per l’uso, controindicazioni ed altre amenità del genere

Succede che durante una delle tante occasioni per il mantenimento dei servizi ospedalieri dell’entroterra, per la precisione una conferenza stampa convocata a Pesaro dal sindaco di Sassocorvaro ed incentrata sull’ospedale Lanciarini, il sindaco di Carpegna parli di referendum per il passaggio in Romagna dei comuni del Montefeltro. Accade anche che una testata online indichi i comuni presenti a quella conferenza stampa come quelli da includersi nel progetto secessionista, elencandoli pure: Auditore, Sassocorvaro, Lunano, Piandimeleto, Montegrimano, Macerata, Monte Cerignone e Frontino (mentre Belforte, Pietrarubbia e Tavoleto non è dato sapersi cosa debbano fare). Succede poi che, come legittima conseguenza, ripartano tutte le doglianze di Montecopiolo e Sassofeltrio che aspettano dal 2007 di entrare a far parte della regione Emilia-Romagna (e non Romagna).

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Per capire bene il contesto si devono fare molti passi indietro e ripartire dall’iter legislativo in materia cambio di confini regionali.

Qui inizia la parte noiosa, pazientate un po’ perché credo che ne valga la pena.

Partiamo quindi con l’articolo della Costituzione che disciplina tali passaggi, il 132:

Si puo’ con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali, disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni con un minimo di un milione d’abitanti, quando ne facciano richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse.

Si puo’, con l’approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati espressa mediante referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un’altra.

Questo articolo però non è stato sempre così, venne cambiato con la Legge Costituzionale n°3 del 18/10/2011 (articolo 9). Prima di allora il secondo capoverso era così composto:

Si puo’, con referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un’altra.

Per chi non ne abbia colto le sfumature, la legge costituzionale introdusse l’obbligo della consultazione popolare per i cambi di regione. Tra l’altro in via del tutto eccezionale, questo iter poteva essere saltato con l’utilizzo di legge costituzionale. Ma questa seconda opzione era ammessa solo entro un termine di cinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione, sebbene venne poi prorogato fino al 31 dicembre 1963 per consentire l’istituzione della regione Molise per distacco dagli Abruzzi e Molise. Tra l’altro sull’uso della legge costituzionale ci si dovrà tornare.

La legge che disciplina l’art. 132 è la 352 del 1970, precisamente l’art.42 che in origine fu un vero e proprio impedimento per lo svolgimento di qualsiasi consultazione referendaria in materia. Leggete qua cosa stava scritto al secondo comma:

La richiesta del referendum per il distacco, da una regione, di una o piu’ province ovvero di uno o piu’ comuni, se diretta alla creazione di una regione a se’ stante, deve essere corredata delle deliberazioni, identiche nell’oggetto, rispettivamente dei consigli provinciali e dei consigli comunali delle province e dei comuni di cui si propone il distacco, nonche’ di tanti consigli provinciali o di tanti consigli comunali che rappresentino almeno un terzo della restante popolazione della regione dalla quale e’ proposto il distacco delle province o comuni predetti. Se la richiesta di distacco e’ diretta all’aggregazione di province o comuni ad altra regione, dovra’ inoltre essere corredata delle deliberazioni, identiche nell’oggetto, rispettivamente di tanti consigli provinciali o di tanti consigli comunali che rappresentino almeno un terzo della popolazione della regione alla quale si propone che le province o i comuni siano aggregati.

Tradotto in poche parole, per “provare” a cambiare regione fino al 2004 sarebbe stato necessario, oltre al comune coinvolto, che la richiesta venisse fatta anche da tanti comuni che rappresentassero almeno un terzo della popolazione della regione da cui si chiedeva il distacco e altrettanti che rappresentassero almeno un terzo della popolazione della regione a cui si chiedeva l’aggregazione. Inoltre (come se non bastasse) all’art. 44 della 352/1970 si diede disposizione che il referendum dovesse tenersi in entrambe le regioni. Non ci vogliono geni per capire che una legge del genere fosse un delirio, nonostante fosse stato dato un piccolo aiuto, in termini di semplificazione, dalla riforma del Titolo V della Costituzione del 2001.

Tutto cambia quando il comune di San Michele al Tagliamento decise di sfidare tale normativa, recandosi all’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione con la sola delibera del proprio consiglio e senza tutte le altre delibere previste dall’art. 42 della 352/1970. L’Ufficio, anziché respingere la richiesta, scelse di sollevare la questione di costituzionalità e la rimise alla Corte Costituzionale. La Corte ritenne con sentenza 334/2004 che non si dovesse più allegare la richiesta dei consigli comunali non direttamente interessati.

Questa sentenza fu un “tana libera tutti” per i comuni in cerca di trasferimento ad altra regione. Per primo ci provò proprio San Michele al Tagliamento il 30 maggio 2005, che vide però respinta dalla cittadinanza la propria proposta.

La parte noiosa dovrebbe essere finita.

Quali comuni ci hanno già provato?

Qui chiamiamo in aiuto Wikipedia che col suo grafico, consultabile anche qui, ce lo spiega molto bene.

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Facciamo un’analisi del fenomeno in termini geopolitici.

  1. La regione più interessata a questi referendum è il Veneto, il perché è presto detto: l’essere incastrato tra due regioni a statuto speciale, con più autonomia legislativa ed ovviamente anche con più soldi, ha invogliato sempre più amministrazioni a chiedere di passare in Trentino-Alto Adige o in Friuli-Venezia Giulia. Proprio per questo ormai da anni il presidente della regione Veneto Zaia chiede a gran voce il riconoscimento dell’autonomia per la sua regione, anche se il governo non la pensa allo stesso modo. Vi sono però ragioni di tipo storico e culturale; alcuni comuni del portogruarese e Sappada hanno da sempre stretti legami con il Friuli e la stessa cosa si può dire della parte di Ladinia attualmente in Veneto (Cortina d’Ampezzo, Livinallongo del Col di Lana e Colle Santa Lucia) con l’Alto Adige.
  2. Detto del Veneto, l’altra regione interessata maggiormente sono le Marche. Le due vallate toccate dai referendum sono l’alta Valmarecchia e l’alta Valconca. La prima ha ottenuto il passaggio in Emilia Romagna tramite un referendum con esito unificato (cioè che ha tenuto conto dell’esito complessivo della votazione senza distinguere comune per comune) e tramite una forte azione politica bipartisan, per la precisione di PD e Lega Nord. Fu proprio il parlamentare leghista e romagnolo Gianluca Pini ad essere il promotore della legge per il distacco verso la Romagna, anche se ciò non gli permise di vincere le elezioni quando si candidò a sindaco di Pennabilli nel 2011. Mentre per la vallata dell’alto Conca furono fatti referendum distinti: Montecopiolo e Sassofeltrio nel giugno del 2007,  raggiunsero il quorum della maggioranza degli aventi diritto (e non della maggioranza semplice dei votanti); di diverso esito invece fu il risultato per Mercatino Conca e Monte Grimano Terme nel marzo 2008, con il primo che andò vicinissimo ad ottenere il sì della maggioranza degli aventi diritto.
  3. I casi delle altre regioni sono legati più a questioni di protesta verso le politiche regionali o, nel caso dei due comuni lombardi, di questioni storiche.

Ok, ora qualcuno che sta leggendo dirà: “ma perché molti referendum indetti dagli stessi comuni sono poi falliti?”

La risposta sta in due differenti motivazioni:

  1. Quando si indice un referendum di protesta verso le politiche di una regione, “minacciando” di lasciarla, solitamente lo si fa per ottenere più agevolazioni. Ciò si ripercuote nelle urne con uno scarso entusiasmo verso la causa secessionista che agevola il più delle volte il no. E’ sicuramente il caso di Pieve di Cadore, mentre da altre parti la mancata vittoria è da attribuirsi ad un altro fattore ben più pesante ed è il caso del punto n°2.
  2. Chi legge avrà sicuramente notato la frase scritta qualche riga sopra: il quorum della maggioranza degli aventi diritto (e non della maggioranza semplice dei votanti). Ed è proprio questo che ha fregato molti comuni, poiché già tra gli aventi diritto ci sono categorie di persone che per i motivi più svariati non votano, ma soprattutto perché nel corpo elettorale sono inclusi anche i cittadini residenti all’estero registrati all’AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all’estero). Ora, guardando le liste elettorali dei vari comuni si può scorgere la variegata composizione degli iscritti all’Aire: ci sono persone originarie del paese che sono emigrate (ed anche i loro figli e nipoti), ma che rimangono una netta minoranza all’interno delle liste; d’altro canto invece ci sono persone che non sono mai state in Italia nemmeno in vacanza, ma che mantenendo (o acquisendo) la cittadinanza italiana hanno scelto un comune di riferimento che magari non conoscono. Tra le altre casistiche particolari si possono citare gli immigrati stranieri che ottengono la cittadinanza italiana e poi tornano nel paese d’origine mantenendo come riferimento per l’Aire il comune italiano dove hanno vissuto. Tutta questa gente appena descritta viene conteggiata nell’ottenimento del quorum e molte volte è decisiva nel far cadere nel vuoto le proposte di secessione. Facciamo un esempio concretissimo: nel grafico che i lettori trovano qua sopra, preso da Wikipedia, c’è scritto che a Mercatino Conca i favorevoli al distacco sono stati il 49,12% degli aventi diritto al voto, benché il numero di voti per il Sì fosse di 474 contro gli 86 per il No. Facendo un rapido calcolo tra i soli votanti, il si vinse con percentuali plebiscitarie (84,64% contro il 15,36). E a Montecopiolo e Sassofeltrio il sì vinse più o meno con le stesse cifre, ma questi comuni riuscirono anche a superare il quorum degli aventi diritto al voto (Sassofeltrio per pochissimo).